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L’abito non fa il monaco.. e nemmeno la cintura nera!


Il più famoso maestro di karate del cinema, Sensei Miyagi nel film “Karate Kid”, dice al suo allievo Daniel-san: “Cintura serve solo per tenere su pantaloni.” Purtroppo in pochi se ne ricordano sia tra i maestri ma ancor di più tra gli allievi. Lungi da me dare giudizi in merito a come gli altri interpretano il loro cammino nelle arti marziali (e nella vita), ci mancherebbe. Certamente dà un certo senso di miticità, per citare un altro celebre film (“kung fu panda”), andare in giro a dire “Io sono cintura nera di…” . Continuo a sentire di maestri che sfornano cinture nere, come si dice a Brescia “a rotta di collo” o di gente che in breve tempo è “maestro”… come se fosse una moda essere l’ennesimo dan in qualcosa.

Ma se interpreto bene ciò che era (è) lo scopo originario delle arti marziali, praticare per indossare una cintura è l’esatto opposto di esso. O’ Sensei Ueshiba diceva che l’Aikido è un modo per formare persone oneste e sincere, non per sfornare modelli da passerella.

Credo che la sportivizzazione delle arti marziali – se da una parte ha il vantaggio di agevolarne la diffusione – ha dall’altra lo svantaggio di edulcorarne il significato più profondo, laddove non ci sia un maestro che abbia cura di spiegare ai suoi allievi l’origine e il messaggio che essa vuole dare… ovvero lo scopo per cui è nata. Assistiamo perciò a uno svuotamento dell’arte che viene intesa come strumento per la crescita meramente fisico/tecnica, non accompagnata  da una parallela crescita morale e spirituale. Nella mia esperienza ho assistito a scene che mi hanno lasciato basito: cinture nere che si prendevano gioco di altri praticanti, rei di avere un grado inferiore; praticanti che dispensavano la verità assoluta quand’anche loro stessi non erano in grado di eseguire correttamente la tecnica, in nome di una supposta maggior bravura. Mi è crollato un mondo che nella mia mente ritenevo idilliaco.

Ma la “cintura nera” non dovrebbe essere una guida per i giovani praticanti?

Mi sono talvolta chiesto. Qualcosa non mi quadra… da quando la “leggendaria” cintura nera è diventata un simbolo per spadroneggiare? Perché è diventata oggi il punto di arrivo del cammino di un marzialista quando dovrebbe essere il vero inizio di questo percorso?!?

Pensandoci alla fine è tutto molto semplice. Tutto dipende da come una persona interpreta il proprio cammino e da cosa in esso cerca. Il maestro può indicarci la via (come recita un proverbio orientale) ma poi sta a noi scegliere come proseguire. Se la nostra mente è distratta da pensieri “impuri”(violenza, arroganza, desiderio di prevaricazione) e il nostro obiettivo è imporci a ogni costo sugli altri, il nostro cammino non potrà essere diverso, praticheremo con l’odio nel cuore e saremo addirittura delle cinture nere. Se invece lasciamo spazio alla semplice voglia di crescere, di diventare migliori come persone, di divertirci, anche per il solo piacere di farlo e con questo fine pratichiamo e interpretiamo il nostro cammino… a quel punto saremo SOLO delle cinture nere.

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Simone Lorenzi

VicePresidente e Sempai Aikido a Bushidokai ShinGiTai A.S.D.
Inizia a praticare KARATE “Shotokan” nel 2002. Consegue il grado di cintura marrone FIJLKAM nel Giugno 2008 a Ghedi (BS), mentre dal 2004 al 2007 è stato consigliere dell’ “Associazione Sportiva Dilettantistica Karate Leno". Nel 2006 ha frequentato e superato i corsi di autodifesa livello base, intermedio e avanzato, tenuti dagli istruttori dell’associazione lenese secondo le direttive del metodo MGA FIJLKAM. Nel Gennaio 2007 ha iniziato a praticare, parallelamente al Karate, il corso di BUSHIDO presso il dojo Leno, tenuto dall’istruttore nazionale Stefano Bresciani; in questa scuola ha conseguito nel Giugno 2008 il grado di studente avanzato .Il 18 Dicembre 2010, a coronamento dei brillanti progressi e risultati ottenuti nella ricerca della famosa "pace interiore", è stato insignito del grado shodan (cintura nera 1°dan) nella disciplina BUSHIDO-GOSHIN JUTSU. Oltre allo studio crescente dello IAIDO (arte della spada giapponese) pratica assiduamente lezioni di gruppo e private di AIKIDO, nel quale ha il grado cintura nera 1° dan e riveste, da Gennaio 2018, il ruolo di dojo-cho Tendoryu Italia presso la "Bushidokai ShinGiTai A.S.D." di Leno (BS) Socio fondatore nominato Vice-Presidente della "Bushidokai ShinGiTai A.S.D." e responsabile delle attività di marketing, la sua stretta collaborazione con Stefano Bresciani gli ha permesso di crescere notevolmente sia dal punto di vista tecnico sia dal punto di vista motivazionale; un vero punto di forza dell'associazione.
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13 In risposta a L’abito non fa il monaco.. e nemmeno la cintura nera!

    avatarAmos B
    Commented:  20 aprile 2012 at 12:02

    ” Il maestro può indicarci la via (come recita un proverbio orientale) ma poi sta a noi scegliere come proseguire” bellissimo questo proverbio, mi sono permesso di rubarlo e condividerlo su twitter ( @AmosBoilini )

    Complimenti anche per l’ottimo post che mette in risalto una grande verità e per il bel blog 😉

    Rispondi
    avatarMarco
    Commented:  20 aprile 2012 at 19:06

    Complimenti Simone, proprio un bell’articolo!

    Rispondi
    avatarAntonio
    Commented:  20 aprile 2012 at 23:18

    Concordo in tutto con te, Simone.
    Alla base di certi comportamenti, sono convinto stia anche, in buona parte, l’educazione che riceviamo a scuola e talvolta in casa: arrivare al “pezzo di carta”, al titolo, senza valutarne realmente il valore e le conseguenze del suo possesso.
    Essere cintura nera, o maestro, o una figura simile, viene allora visto solo per la parte di “onore”, di fama che comporta, dimenticando totalmente l'”onere”, il compito, il peso che insieme ci viene dato: quello di seguire al meglio gli allievi, di sostenerli, correggerli, aiutarli a crescere, anche oltre noi se possibile.
    Grazie Simone per quanto hai scritto

    Rispondi
    avatarSimone
    Commented:  21 aprile 2012 at 17:09

    Grazie a te Antonio. Credo che la “colpa” sia al 50% di allievo e maestro. Rraggiungere un traguardo inorgoglisce tal punto da renderci un po presuntuosi. Tanto sudore e poi si vuole godersi e vantarsi del risultato. Ma non deve diventare una scusa per diventare aggressivi e violenti con gli altri. E sta al maestro di turno veicolare l’orgoglio verso lidi più nobili, che non siano la prevaricazione.

    Rispondi
    avatarmaddalena chiappani
    Commented:  21 aprile 2012 at 22:12

    Ciao Simone bell’articolo….. mi coinvolge molto… visto che sono un insegnante che quotidianamente cerca di svogere al meglio la propria professione, cercando di accogliere, sostenere, rispettare, educare ed aiutare in una crescita armoniosa ben 25 meravigliosi bambini dai tre ai sei anni. Credimi non è facile anche perchè ogniuno di loro é UNICO E SPECIALE con esigenze e bisogni simili e ben diversificati…. ogni bimbo porta un suo bagaglio di emozioni infinite, culture e storie diverse,….. Sarebbe molto più semplice vederli tutti come alunni da istruire , consegnare loro ” la cintura nera ” al terzo anno e passarli alle colleghe della scuola primaria x altre cinture da conquistare ………. Ma non è così, almeno per me, sento di essere “al servizio” ( come i samurai…) di ogni singolo bambino, il mio compito è quello di accompagnarli nel loro cammino e di sostenere i margini della strada che stanno percorrendo ascoltando i bisogni di ogniuno, rafforzando la loro autostima, la creatività, la gioia di essere e di condividere, il rispetto e l’amore x sè stessi e quindi anche per gli altri e la natura. Io posso accompagnarli e indicargli la via ma poi saranno loro a decidere il cammino….. quando li lascio, mi auguro sempre di essere riuscita a lasciare una buona e profonda traccia nel loro cuore e nei loro ricordi…… il mondo, la società che dovranno affontare non è molto accogliente e clemente….. ma sono fiduciosa che troveranno altri amorevoli insegnanti pronti ad accompagnarli per un altro pezzo di strada. GRAZIE SIMONE DEL TUO ARTICOLO…… mi ha fatto riflettere ancora una volta sul mio fare……

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    avatarosvaldo
    Commented:  1 maggio 2012 at 14:24

    effettivamente condivido questo tuo pensiero.
    ma la cintura nera è vista come un punto di arrivo mentre in realtà rappresenta il punto di partenza
    io pratico aikido e giungere alla famigerata cintura nera da noi, costa un viaggio lungo almeno
    10 anni.
    salvo imprevisti come stop fisici , in realtà conta molto anzi tutto le lezioni di frequenza, esempio da cintura blu a cintura marrone 130 lezioni
    che eseguite senza perderne una significa un anno e mezzo, ma quello che conta non ‘è la meta
    ma il viaggio, sia detto che la realtà umana spinge ad avere la cintura nera come un bene
    che ti identifichi tra i bravi, ma forse bisognerebbe cercare la semplicità e non guardare il colore
    della cintura ma la qualità del guerriero.

    Rispondi
      avatarSimone Lorenzi
      Commented:  2 maggio 2012 at 15:58

      Osvaldo concordo pienamente con te. Il 1°dan dovrebbe essere il punto da cui partire per iniziare la pratica dell’arte così intesa con tutti i suoi pizzi e merletti sia pratici che mentali e spirituali, il momento in cui si inizia a comprendere il perchè più che il come…laddove i kyu dovrebbe essere il gettare le basi fisico/tecniche necessarie alla pratica. E il mio ragionamento è un po in fondo un riflesso di come è la nostra società odierna più incentrata all’apparire che alla sostanza. Per cui ci si atteggia per un pezzo di stoffa(o la macchina o il cellulare) intorno alla vita come se questo ci rendesse automaticamente migliori. Invece dovremmo pensare di più alla sostanza, all’etica e alla morale(diversa da moralismo) di una persona in tutti i campi della vita. Giudicare come dici tu le azioni di un uomo più che il suo apparire. Chissà che allora questo mondo non cambi in meglio.

      Rispondi
    avatarSimone Vannetti
    Commented:  5 maggio 2012 at 14:17

    Condivido appieno la tua riflessione, per me è un argomento estremamente importante. Io da neo insegnante di karate cerco di trasmettere non solo la tecnica ma soprattutto un atteggiamento. E’ ormai un dato di fatto che gli allievi rispecchino i modi e i gesti dell’insegnante anche nella pronuncia di certe parole e questa è una grossa responsabilità. Abbiamo l’onere e l’onore di essere dei punti di riferimento e di conseguenza ci facciamo carico di ciò che possiamo insegnare agli altri. La cintura nera purtroppo è diventata un simbolo erroneo di capacità tecniche. Troppi sfoggiano un pezzo di stoffa con l’idea di essere superiori, forti e intoccabili. Pochi giorni fa parlando con un ex maestro di karate di una certa età che adesso insegna kick-boxing mi ha detto -: Ormai son quinto Dan di karate non mi interessa più? Ora solo Kick boxing così si impara a combattere!
    Mi sono chiesto che karate avrà fatto quell’uomo, che percorso avrà seguito, di certo non quello marziale. Certo il Budo insegna la tecnica ma il combattimento vero e proprio è una conseguenza di un addestramento che dovrebbe essere orientato su obiettivi elevati, ad esempio l’autoperfezionamento e la collaborazione con il prossimo. Anche il combattimento libero per quanto mi riguarda ha il suo perchè ma rimango fedele all’idea del Maestro Funakoshi per cui “non bisogna cercare di vincere ma dobbiamo cercare di non perdere”. Ed ecco che allora la cintura nera assume parametri molto diversi, un esempio che ho fatto io stesso qualche giorno fa si traduce in questo concetto: Il karate è sempre lo stesso cambia in funzione degli obiettivi, se lo si fa per sport, coppe e medaglie allora esso è Jissen, se lo si fa con l’intento di prevalere sugli altri allora è Kenka ma se lo si fa con l’obiettivo di seguire una Via allora esso è Budo. Un mio vecchio maestro mi disse che i gradi in cui si suddivide il percorso marziale si chiamano Kyu e Dan, Kyu vuol dire ragazzo e Dan vuol dire uomo, il che implica che al raggiungimento della cintura nera in qualche modo si debba dimostrare una certa evoluzione personale, una certa maturità, non attestabile puramente dalla nostra tecnica. Invece nel mondo occidentale il grado è solamente una questione di tecnica e memoria, tecnica nel senso di riuscire a dimostrare una buona esecuzione estetica, memoria nel senso che si viene “premiati” grazie al fatto di ricordarsi il programma tecnico. Questo non è un buon criterio di valutazione e di conseguenza si scredita una disciplina, vorrei ricordare che in Giappone, nelle associazioni dove si praticano gli sport da combattimento, è uso tenere un comportamento che per certi versi almeno nelle formalità è simile al Budo, inchino, rispetto e silenzio. Quanto siamo lontani da quel mondo che diciamo di conoscere. OSU

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    avatarpaolabonsi
    Commented:  12 maggio 2013 at 19:22

    Anche a me è successo tempo fa. praticavo da un maestro che diceva di essere un maestro di AIKIDO. Durante la lezione se qualche giovane allievo sbagliava o si distraeva lo prendeva in giro. Ho cambiato palestra. Ma non voglio fare commenti, voglio solo dire per quanto mi riguarda che la parte più bella è l’inizio del percorso,imparare e migliorare giorno per giono, divertendomi insieme ai conpagni che intraprendono questo viaggio insieme a me con umiltà ed allegria.

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