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Per un cuore da guerriero (estratto n° 4)

È una serata estiva nell’edificio di Educazione Fisica di una delle più rinomate università del Sud della California. Mentre cammino lungo i corridoi, guardo dentro una delle aule attraverso le porte rimaste spalancate. Una ventina di praticanti di Shotokan Karate sono inginocchiati sul pavimento in un silenzio da monastero. Sono allineati in ordine gerarchico dalle cinture bianche alle nere. La loro postura è impeccabile. Si potrebbe davvero sentire il suono di uno spillo che cade. È splendido e inquietante al tempo stesso.

In piedi, in mezzo alla stanza, c’è il sensei impegnato a rivolgersi ai suoi mostruosamente educati studenti. Una notevole pancia è a mala pena contenuta dalla cintura nera. La sua voce è profonda, ed è facile notare che gli piace parlare. Misura le sue parole con calcolata lentezza, per essere sicuro che nessuno si perda neppure una sillaba. Il silenzio irreale ritorna alla fine di ogni sua frase.

Il soggetto del suo monologo è la filosofia del Karate. Cita abbondantemente i detti del pioniere del Shotokan, Gichin Funakoshi.

Con grande pompa parla della «spiritualità della via del guerriero». Ho capito che aria tira e vado avanti.

Giusto un paio di porte più avanti, un’altra classe di arti marziali sta per cominciare, ma le differenze tra le due classi non sono sottili. L’arte praticata qui è il Brazilian Jiujitsu. Gli studenti sono svaccati sul tatami a fare stretching in maniera molto informale mentre discutono delle proprie pornostar favorite. Al momento, c’è un’accesa discussione in ballo tra i fan di Jenna Jameson e quelli di Tera Patrick, la cui prestazione in quella che immagino essere una perla della cinematografia intitolata Farmer’s Daughters Do Beverly Hills viene analizzata in dettaglio dai fan e dai detrattori. Mentre l’affascinante dibattito continua, l’istruttore è sdraiato in un angolo, in preda a uno stato di coscienza pesantemente alterato. Uno dei suoi studenti gli chiede come si sente, con il tipo di rispetto che caratterizza questo gruppo.

Le esatte parole sono: «What’s up, dog? You look like shit» (che traduciamo: «Come butta, cagnaccio? Hai un aspetto di merda»). Ben lungi dall’essere imbarazzato, l’istruttore comincia a raccontare la sordida storia di una serata passata a bere ogni tipo di alcolico mai provato da uomini e bestie. «Mi sono svegliato con la faccia sul culo di Joe, e di fianco a noi c’era questa spogliarellista ubriaca che russava abbracciata al mio cane». Spiritualmente elevati da questa storia commovente, gli studenti cominciano ad allenarsi, ma non prima che l’istruttore lasci partire un rutto monumentale che echeggia per tutta la stanza. Poco più di dieci metri separano questa stanza da quella in cui il maestro di Shotokan sta facendo la predica sulla spiritualità delle arti marziali, ma siamo ad anni luce di distanza.

Quando le due classi cominciano, le differenze aumentano ancora. Mr. Shotokan si sta sforzando di impersonare l’immagine archetipica del maestro di arti marziali: un’ottima imitazione di Mr. Miyagi ma senza l’accento. Alcune tecniche, belle esteticamente quanto improbabili in un vero combattimento, sono descritte nei dettagli più infinitesimali. Nella classe di Brazilian Jiujitsu, l’istruttore rende subito chiaro che è un convinto seguace della teoria che la parola «fuckin» («fottuto») sia una componente indispensabile di ogni frase della lingua inglese (ad esempio «When your opponent is in fuckin’ top mount, you are one step away from being totally fucked. So you need to fuckin’ do something quick or he is going to drop some fuckin’ big rights in your face. So push on his fuckin’ hips, and explode sideways like this to free yourself…» che traduciamo liberamente: «Quando il tuo avversario è fottutamente sopra di te, sei a un passo dall’essere fottuto completamente. Quindi devi fare qualcosa fottutamente in fretta, o lui ti rifilerà una fottuta manica di cazzotti in faccia. Spingi le sue fottute anche ed esplodi lateralmente così per sfuggire…»).

E per quanto riguarda il rispetto per l’autorità, il pioniere del Brazilian Jiujitsu Helio Gracie viene lodato per essere «a hobbit-sized mean motherfucker» (questo è intraducibile… mi spiace!) capace di sconfiggere avversari ben più grossi di lui. La classe di Karate offre un’immagine di eleganza e disciplina, rispetto e severità. La classe di Brazilian Jiujitsu è una sequenza ininterrotta di battutacce, sudore e testosterone. I tizi del Karate si preoccupano di controllare se i loro gomiti sono a novanta o settantacinque gradi durante i kata. Quelli di Brazilian Jiujitsu sputano sangue cercando di strangolarsi gli uni con gli altri. Se fossi passato da queste stanze quando avevo cominciato il mio cammino nelle arti marziali, non avrei avuto un secondo di esitazione: immediatamente mi sarei trasformato in uno dei devoti discepoli del maestro dalla parlata libera e dalla pancia ben nutrita.

Adesso però le cose stanno molto diversamente. Posso ancora ritrovarmi in entrambi i gruppi, ma mi trovo molto, molto più a mio agio tra gli animali sudati…

[Tratto da “Per un cuore da guerriero” del prof. Daniele Bolelli, per gentile concessione dell’autore]

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